Cara Itas, ora serve trasparenza

C’è un unico modo per restituire all’Itas la dignità perduta: fare in fretta. La velocità, in questo Paese, è spesso un’arma spuntata. E in questa amara, complessa e a tratti disarmante vicenda, di tempo, se n’è davvero perso anche troppo: il gruppo assicurativo - un colosso sano, una delle aziende più importanti e floride di questo territorio, un esempio di recente celebrato anche dal ministro Delrio - non può permettersi di stare per troppo tempo sulle prime pagine dei giornali. Deve mettersi a disposizione della magistratura e trasformare rapidamente in verità il chiacchiericcio al cianuro che da troppo tempo avvelenava prima i muri di via Mantova e ora quelli (trasparenti, per ironia della sorte) del sontuoso palazzo delle Albere, dove qualche ufficio è grande quasi come uno degli attici del quartiere firmato da Piano.
La magistratura dovrà dire se siamo di fronte a un grosso errore e a una storia di vendette personali (storia persino banale, per certi derive piene di rancore), se siamo al cospetto di una mela marcia (che avrebbe agito in solitudine, indisturbata?) o se siamo invece di fronte a una sorta di sistema molto diverso da quello che per più di un secolo è stato per tutti un indiscusso punto di riferimento, emblema virtuoso di un’autonomia (virtuosa, ovviamente) che ha radici solide e antiche. Ma la magistratura - così come l’opinione pubblica - ha bisogno prima di tutto di velocità e di trasparenza. Perché è vero che siamo di fronte ad un’azienda privata, con regole tipiche del libero mercato, ma è anche vero che i soci dell’Itas, non solo in senso metaforico, siamo quasi tutti noi, cittadini trentini attoniti di fronte ad una gestione che - al di là di quanto si accerterà e al di là di eventuali violazioni di legge - lascia se non altro (uso un eufemismo) qualche perplessità.
A colpire, in queste ore, è però prima di tutto il silenzio. Quello del presidente Giuseppe Di Benedetto. Quello di molti politici. Quello di chi deve invece aiutarci a capire.