Consulta e Convenzione: Trentino e Alto Adige divisi alla meta

In Trentino - e per una volta va detto che abbiamo fatto i “compiti” - la Consulta ha le idee abbastanza chiare: sul concetto di terzo statuto e anche sul fatto che lo si debba costruire tutti insieme. Superando le divisioni. Dall’Alto Adige, invece, arriva un (brutto) certificato medico. E la spaccatura che si è creata all’interno della Convenzione viene scambiata per un fallimento. Accade anche questo, in una terra resa complicata da conflitti che covano ancora sotto la cenere: che stupisca che il cammino della Convenzione - che rappresenta paradossalmente alla perfezione tutte le contraddizioni di questo territorio - si inceppi. Sia chiaro: tutti, in Alto Adige, ma anche in Trentino, speravano che la Convenzione dei 33 partorisse non dico una svolta, ma almeno un’idea originale di autonomia del domani. Ma tutte le ultime ricerche - e non parlo solo delle analisi, pur illuminanti, sulla scuola - dimostrano che sono ancora e sempre due le idee di Alto Adige. Una è quella incantevole, perfettamente rappresentata dall’incontro fra i presidenti Mattarella e Van der Bellen: l’Alto Adige della convivenza riuscita, della regione che unisce (mai visto tanti trentini in sala, due domeniche fa, a Merano), del dialogo che costruisce quotidiana integrazione. L’altra è quella dei conflitti sulla toponomastica, del disagio, delle scarse (e da qualcuno considerate ancora pericolose) contaminazioni scolastiche, linguistiche e culturali.
Da una parte l’osmosi virtuosa fra mondi diversi, dall’altra l’idea (superata, ma elettoralmente considerata ancora potenzialmente fruttuosa) dell’autodeterminazione. Da una parte la coesione, dall’altra la divisione. Da una parte qualche gruppetto (tedesco) ben organizzato che si muove con abilità, dall’altra svariati gruppetti di altoatesini italiani che hanno sempre il fazzoletto in mano quando si tratta di piangere, ma che raramente sanno farsi valere quando si tratta di costruire, di “esserci”, di contare (o di provare a contare).
In mezzo, i sognatori: quelli che lodevolmente pensano ancora che si possa arrivare a un unico documento, a un’unica mediazione, a un’unica idea di Statuto e non a relazioni e controrelazioni che certificano solo che c’è ancora un sacco di strada da fare.
Ma questo, in fondo, è lo straordinario risultato raggiunto (inconsapevolmente) dalla Convenzione: dimostrare che l’Alto Adige dipinto a Merano due settimane fa è (ancora) un sogno. Un sogno per il quale però, sia chiaro, vale ancora la pena di lottare.
Un sogno che proprio il Trentino - in un momento in cui più di una volta sembra tornare a spirare il vento del «Los von Trient» - può cavalcare: riprendendo e rilanciando l’idea (che a Bolzano resta solo nei documenti di minoranza) di un disegno regionale e di un’autonomia non a due velocità, ma a due gambe. Insieme si corre; da soli si fa poca strada. Trento forse lo ha capito. Ripeto: forse.